Ma i conti all'estero sono convenienti?
Data pubblicazione: 07 gennaio 2025
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Anguilla, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Isole Cayman, Gibilterra, Jersey, Liechtenstein, Seychelles, Andorra, Antigua e Barbuda, Aruba, Bahamas, Barbados, Belize, Hong Kong, Monaco, Panama, Qatar, Arabia Saudita, Singapore, Svizzera, Emirati Arabi Uniti.
Sapete cosa rappresentano gli Stati indicati sopra?
Sono quelli che possiamo considerare ex paradisi fiscali, gli ultimi in ordine di tempo che hanno aderito al Common Reporting Standard.
Di che si tratta?
Andiamo con ordine.
Non di rado mi viene rivolta la seguente considerazione:
"Dottore, ho sentito dire che potrei attivare la carta Tal dei Tali o il Conto Tot, così che l’Agenzia delle Entrate non sappia la reale porta del mio patrimonio, delle mie movimentazioni. Mi conviene?
Certo si può anche aprire un conto corrente dove si vuole, all’estero, (anche dall’Italia) ricorrendo alle varie offerta modaiole, tipo (per non fare nomi) “Rivoluzione”, “M56” e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di intermediari che offrono servizi nel nostro Paese, ma che sono situati all’estero. L'apertura di simili conti comporterà che si verrà censiti come residenti esteri (in Italia rispetto alle loro sedi). Ma questo, in forza di un accordo internazionali, il Common Reporting Standard, vuol dire che l'intermediario finanziario estero invierà i dati all'anagrafe tributaria italiana. Questo significa che le informazioni riguardanti il conto, verranno conosciute dall'Agenzia delle Entrate. Dunque se si vuole aprire un conto estero, per motivi legittimi, come ad esempio per il fatto che se ne apprezzino i servizi, va benissimo, ma non certo per celare alle autorità finanziarie italiane i propri patrimoni o per evitare di pagare imposte o occultare denaro proveniente da attività in nero, pratiche moralmente riprovevoli.
Ciò premesso, e come già avrete intuito, aprire un conto corrente all'estero non significa sfuggire automaticamente al controllo dell'Agenzia delle Entrate, e ciò perché l’Italia, insieme ad un altro centinaio di Paesi, aderisce al Common Reporting Standard (CRS), che è un accordo internazionale che prevede che gli intermediari finanziarie dei Paesi aderenti trasmettano periodicamente alle autorità fiscali locali le informazioni sui conti intestati a soggetti residenti in altri Paesi. Questi dati vengono poi scambiati con l'Agenzia delle Entrate italiana. Lo scambio di informazioni prevede che vengano comunicate i saldi e movimenti del conto; i dati identificativi del titolare (nome, cognome, indirizzo fiscale, codice fiscale); gli interessi e proventi finanziari legati a quel conto. Questo comporta anche che il cittadino italiano che apre il conto è tenuto a dichiararlo nel quadro RW della dichiarazione dei redditi, per pagarvi eventuali imposte sui redditi prodotti, come gli interessi o i proventi da investimenti).
Non dichiarare il conto intrattenuto all’estero comporta sanzioni pesanti, quali quella per l’omessa compilazione del quadro RW (dal 3% al 15% del valore non dichiarato, aumentato se il conto si trova in un paese a fiscalità privilegiata); accertamenti retroattivi fino a 10 anni in caso di violazioni.
Dunque, aprire un conto estero per "sfuggire" ai controlli fiscali, pratica - ripetesi - moralmente ripugnante, non sarebbe premiante, ma al contrario, irta di difficoltà e fonte di sanzioni. La correttezza, la lealtà fiscale, la trasparenza e il rispetto delle normative fiscali sono sempre la strada migliore per evitare problemi.
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